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F1, il dopo Gp Giappone

Suzuka. Una candela; un particolare piccolo, del quale non si parla mai, che costa poco, che si trova affogato in un motore. In quello di una macchina da corsa, come in quelli delle auto che guidiamo ogni giorno. Un particolare che però fa parte di un insieme più grande, che ha un grande valore nel funzionamento e nella resa; un particolare che può fare la differenza e giocare, a volte, un ruolo fondamentale, anche in un mondiale di Formula 1. Ed è così che come una candela, le speranze mondiali di Sebastian Vettel e della Ferrari si sono spente, in un lampo, ancor prima del semaforo verde, in una gara, l’ennesima, che segna pesantemente e in negativo quella rincorsa al titolo partita sette mesi fa in Australia.

Una candela che fa cilecca, che costringe la Rossa numero 5 al ritiro, senza rabbia, senza isterismi; ma che lascia tanta delusione nel volto di Seb, tanta amarezza nelle parole di Arrivabene, tanta tristezza negli sguardi di migliaia di tifosi che ancora, nel sogno, ci credevano. Perché se è vero che la speranza è l’ultima a morire, è anche vero che la realtà dei fatti evidenzia un cammino che pare segnato. Quello di un Hamilton che allunga, acchiappa il quarto titolo, provando a tenerselo stretto il più possibile, cercando di togliere anche alla matematica le ultime chance di una rimonta adesso (quasi) impossibile.

Il trittico delle gare ad est ha lasciato il segno, anzi un solco profondissimo nell’animo e nella classifica di una Ferrari mai così in basso, mai tanto acciaccata e con forti dubbi come quella che se ne va da Suzuka. Vettel aveva dichiarato di volerle vincere tutte e sei – questo dopo il disastro di Singapore. Sei che poi sono diventate cinque – all’indomani della disgraziata Malesia. Adesso il conto si è ristretto a quattro. Con le chance che sono sfilate via di mano una dietro l’altra, in un amen, in maniera quasi assurda, di sicuro imprevedibile. Ora però, anche con quattro vittorie filate, Vettel deve sempre sperare che qualcosa accada anche ad Hamilton, che la luna nera faccia sentire i suoi influssi un po’ più in là, nel box poco distante.

Il match ball, infatti, lo ha tra le mani Lewis, che fra due settimane, ad Austin, potrebbe già chiudere, con largo anticipo, il discorso iridato. E’ vero, deve guadagnare 16 punti su Sebastian, ma viste le ultime gare è possibile, anche se non proprio probabile. Possibile, ma non probabile, anche che la lotta vada fino ad Abu Dhabi, perché in quel caso di miracolo si andrebbe a parlare e scrivere.

Fortuna e sfortuna non esistono, sono solo frutto del lavoro dell’uomo. Non è il caso che fa accadere un incidente in partenza, non è il caso che fa rompere un condotto, non è il caso che non fa accendere una candela. Dietro ci sono sempre sbagli, errori umani. Di un pilota, di una squadra, di un singolo ingegnere. Anche esterno, come nel caso dei due pezzi difettosi che hanno azzoppato Vettel nell’arco di sette giorni appena. Se vogliamo, sfortuna è che entrambi si siano rotti quando ormai non c’era più niente da fare. Ecco, la tempistica è quella che è mancata alla Ferrari. Anche a Suzuka, la candela della discordia, si è messa a fare le bizze nel giro di allineamento in griglia. Troppo tardi per metterci una pezza.

La rincorsa di Vettel e della Ferrari si è spenta, amaramente, come una candela in una fredda e plumbea giornata autunnale. Ma il mondiale non è finito, ci sono ancora gare da portare a casa, punti pesanti per la classifica costruttori e, chissà, magari pesantissimi anche per quella piloti. Con un po’ di fortuna, questa volta sì.

(di Alessandro Marinai)

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