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F1, il dopo Gp Malesia

Sepang. Adesso serve veramente un miracolo. O una capatina a Lourdes. In ogni caso ci vuole fede, fede in qualcosa che ancora può e deve accadere. Perché un anno così, un mondiale così, non può risolversi in questo modo qui. La strada verso il titolo si è fatta incredibilmente difficile per Vettel e per la Rossa; entrambi catapultati inaspettatamente – e malinconicamente – in una girandola di sberle che da Singapore passa attraverso la selva malese, e che rischia di finire anche oltre il Paese del sol levante. Perché dal disastro della notte sotto i riflettori di Marina Bay alla Caporetto affidabilistica di Sepang, tutte le certezze di casa Maranello si sono sgretolate in un lampo. Il duro lavoro di mesi e mesi trascorsi in silenzio, a prendersi senza battere ciglio le parole di polemica nei confronti di un gruppo definito “troppo Made in Italy” per contrastare lo strapotere e l’inventiva Mercedes, sta non troppo lentamente sgretolandosi in quella marea, non rossa ma nera, di sciagure mai prevedibili in un lasso di tempo così ristretto. L’ultima quella collisione a gara finita tra Vettel e Stroll che solo per miracolo non porterà un’ulteriore penalità per Seb in Giappone per un cambio che potrebbe averne risentito oltre misura.

Si può lottare, si può sperare, si può migliorare. Ma quello che in casa Ferrari si trovano davanti è un muro, liscio e a novanta gradi che nemmeno le mani più esperte possono pensare di riuscire a scavalcare. Un muro grande 34 punti, al di là del quale si trova un Lewis Hamilton bravo, veloce, capace nel gestire, nel massimizzare, anche nel trovare spesso la fortuna dove sembra proprio non esserci.

Vettel e la Ferrari dovevano uscire dalla doppia trasferta Singapore-Malesia con due doppiette. Lo dovevano fare per tornare su in classifica, dovevano farlo perché la SF70H era lì, pronta a prendersi il bottino pieno causa evidente superiorità nei confronti della concorrenza. A dimostrarlo anche l’incredibile rimonta di Sepang, con Vettel che ha chiuso 4° dopo esser partito laggiù, infondo alla griglia, mesto mesto 20esimo dopo il sabato incubo che rischia sì di rimanere come la cartolina di un mondiale che poteva essere, e che invece, probabilmente, non sarà.

A meno di altri capovolgimenti di fronte, sempre possibili, adesso sperati anche se insperati da tutto il popolo Rosso. Seb, nella vigilia malese, aveva dichiarato di voler vincere tutte le sei gare restanti, Malesia compresa, ovvio. Una è già andata, per giunta con Hamilton che nonostante tutto, nonostante una Mercedes in evidente difficoltà non solo nei confronti della Ferrari, ma anche di una Red Bull rinata, è riuscito a guadagnare punti importantissimi (e questi sì insperati già dal venerdì sera) al rivale diretto. E ora arriva il Giappone, pista sulla quale Mercedes punta tanto, dove si sente forte, dove spera ancora di allungare, rifilando la mazzata finale ai Rossi; chiudendo in pratica le ultime chance di ribaltone.

Suzuka potrebbe essere l’ultima chiamata per Seb Vettel e per la Ferrari. Serve assolutamente una vittoria, serve in ogni modo rosicchiare punti, tanti punti ad Hamilton. Serve essere più forti di un motore che si rompe, di una collisione sciagurata, di un doppiato che non ti dà strada, di condizioni atmosferiche sfavorevoli. Serve essere “la Ferrari”, quella che non molla mai, che ci crede, che lotta, che fa sognare, che riesce a stupire. Allora sì che non servirà credere o meno alla sfortuna.

(di Alessandro Marinai)

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