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Economia in Toscana: crescita all’1%, aumenta la precarietà

Firenze. Le stime di luglio 2017, elaborate sul modello econometrico di Prometeia, segnano un miglioramento delle previsioni per il 2017 coerente con il costante ritocco in positivo dei principali indicatori congiunturali che ha caratterizzato questo primo scorcio dell’anno. Questo costante recupero degli ultimi mesi, favorito da un contesto ancora caratterizzato da bassa inflazione e bassi tassi di interesse, porta a prevedere una crescita per il 2017 finalmente dell’1% rispetto agli “zero virgola” degli ultimi anni. Gran parte del merito di questo risultato è ascrivibile, in continuità e coerenza con quanto evidenziato nel precedente focus, alle ottime performance dell’export toscano. Una dinamica quella dell’esportazioni che mostra un segno positivo pressoché generalizzato rispetto ai comparti produttivi sia in ottica retrospettiva, che in ottica previsionale. I dati emergono dal Focus Ires sull’economia toscana.

Se si guarda l’andamento dell’export di questo scorcio del 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016, siamo in grado di fotografare un saldo fortemente positivo del 9,7%. Un dato estremamente importante a cui contribuiscono con diversa intensità tutti i comparti manifatturieri della regione, dalla meccanica con un complessivo 1,7%, alla moda (tessile, abbigliamento, calzaturiero) +8,6%, fino agli exploit di agricoltura +11%, industria estrattiva +36,1 e altra industria +19,9%. In termini prognostici si prevede una crescita ulteriore delle esportazioni nel 2017 pari al 4,1%.

La perdurante qualità del lavoro toscano si conferma, quindi, come la base più solida su cui costruire realistiche ipotesi di crescita e superamento della crisi in toscana. Una crisi che, anche in presenza di una tenuta dei consumi interni rispetto al 2016 (+1,1%) e ad un analogo leggero miglioramento degli investimenti, continua ad incidere nella carne viva dei cittadini e delle cittadine toscane dettandone atteggiamenti estremamente cauti nella propensione al consumo, rispetto a un quadro generale dell’ultimo decennio in cui il potere d’acquisto dei redditi di lavoro e da pensione ha subito una forte erosione. In uno scenario ancora fortemente instabile il previsto, parziale, recupero di potere d’acquisto nel 2017 non si riverserà immediatamente e automaticamente sui consumi andando, altresì, a rafforzare la propensione al risparmio delle famiglie. L’auspicio è che il miglioramento generalizzato di alcuni fondamentali indicatori economici congiunturali favorisca una nuova ondata di investimenti privati ben orientati, in assenza dei quali la Toscana rischia di continuare ad essere una regione a più velocità con profondi squilibri e diseguaglianze in termini di crescita e sviluppo.

Una situazione profondamente differenziata anche per quello che riguarda il finanziamento dal sistema del credito all’economia, sia rispetto al sistema delle imprese che rispetto all’incidenza delle sofferenze in rapporto agli impieghi. Il dato che emerge, infatti, oltre alla crisi territoriale conclamata di alcuni storici istituti bancari sembra ricalcare il dinamismo dei territori. In alcuni casi una domanda di credito connessa ai segni di ripresa trainata dalle esportazioni e dai grandi player industriali, ed in altri casi la stagnazione o una forte riduzione del finanziamento all’economia. Analoga è la situazione riferita alla percentuale dai crediti in sofferenza rispetto agli impieghi. Una crescita che si consolidasse intorno all’1%, decimale più decimale meno, non potrebbe determinare la svolta positiva verso il superamento della crisi. Appare ben difficile, infatti, che l’attuale intensità di crescita sia in grado di risollevare le condizioni del mercato del lavoro favorendo il recupero dei livelli di disoccupazione pre-crisi. In Toscana si evidenzia un differenziale ancora molto significativo (8,2% la stima per il 2017 rispetto al 4,4% registrato nel 2007).

Il mercato del lavoro toscano mostra una tendenza coerente con quelle registrate negli ultimi Focus e che, riferite al primo semestre 2017 sullo stesso periodo del 2016, segnano un forte aumento delle assunzioni per lavoro dipendente (+20,6% pari a 33.300 posizioni). Un aumento che è però nettamente segnato dall’esplosione dei contratti a tempo determinato (+28,4%) come conseguenza della fine degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato. Un raffronto impietoso mostra come nel 2017, all’opposto del biennio 2015/2016, i quattro quinti delle assunzioni di lavoratori dipendenti siano con contratto a termine. Il contratto a termine è tornato ad essere quindi la forma contrattuale prevalente e nella prima parte del 2017 crescono anche gli apprendisti (+23,8%), mentre il contratto a tempo indeterminato cala ancora dal 22,9% al 18,1%. Viceversa il contratto a termine sulle assunzioni totali passa dal 59,7% al 64,4% con un notevole incremento della condizione di precarietà delle persone. Una condizione alimentata anche dal venir meno di qualsiasi vincolo al numero di proroghe dei contratti e dall’obbligo di specificare la motivazione (causale) del rapporto.

Coerentemente al quadro descritto aumentano le cessazioni (+16,6%) a fronte dello stesso periodo dello scorso anno che aveva registrato invece una diminuzione. Si tratta soprattutto di rapporti a termine a testimonianza anche dell’elevato turn-over che contraddistingue queste tipologie contrattuali. Si registra un saldo comunque positivo tra assunzioni e cessazioni pur se determinato, come detto, dall’esplosione dei contratti a termine. Se si guarda, infatti, allo spaccato del tempo indeterminato il saldo è negativo (-4.792 a maggio 2016, – 7.313 a maggio 2017). Si è, inoltre, quasi dimezzato il numero di contratti a termine trasformati a tempo indeterminato rispetto al periodo 2015/2016 (da 12.972 a 6.943).

Il dato della Cassa integrazione si mostra, invece, in continuità con il precedente Focus, un andamento positivo nel senso di una sostanziale diminuzione delle ore utilizzate rispetto allo stesso periodo del 2016 (-41% pari a 8,6 milioni di ore in meno) benché di poco inferiore al dato nazionale (-44%). E’ un dato questo, delle diverse forme della Cassa integrazione, che riguarda tutti i comparti industriali ma in misura diversa i territori della Toscana. Proprio questo elemento di differenziazione richiede una lettura non semplicistica e tantomeno scontata se messo al confronto con il dato dei percettori di prestazioni di sostegno al reddito che in Toscana segna un incremento del 15,7% in ragione d’anno tra giugno 2016 e giugno 2017.

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