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Cile e aborto, una difficile relazione

Santiago del Cile. Michelle Bachelet è una madre, divorziata, di tre figli; è una ex pediatra, non è credente e dal 2010 al 2013 è stata direttrice esecutiva dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (UN Women). Ma soprattutto, Michelle Bachelet, è la presidente del Cile. Uno dei paesi più conservatori dell’America latina in tema di diritti civili; che adesso, però, prova ad aprirsi, ad adeguarsi al resto del mondo, su uno dei temi più discussi degli ultimi anni: l’aborto. Fino ad oggi pratica fuori legge, ma che grazie anche a Michelle Bachelet, che lo ha promosso con forza nei mesi passati, è ora possibile per quelle donne che ne faranno richiesta, a patto che si rispetti almeno uno dei tre requisiti fondamentali che lo permettono.

Dal prossimo 8 agosto, quindi, il Cile non farà più parte di quel ristrettissimo gruppo di paesi – sei in tutto il mondo – che vietano in toto l’aborto. Le donne cilene lo potranno praticare, come detto, in tre casi: per interrompere una gravidanza che mette a rischio la loro vita, in caso di difetti congeniti nel feto che portano alla morte e in caso di stupro. Ma la data dell’8 agosto non è da sottovalutare. Quel giorno, infatti, la Corte Costituzionale si esprimerà sulla richiesta di incostituzionalità posta dalle opposizioni di governo.

La presidente cilena Michelle Bachelet

“Oggi noi donne abbiamo recuperato un diritto essenziale che non avremmo mai dovuto perdere: prendere decisioni quando viviamo momenti di dolore”, ha dichiarato la presidente Bachelet. In Cile l’aborto era già stato legalizzato nel 1931, ma solo per motivi medici (diritto poi ritirato durante la dittatura di Pinochet); diciotto anni prima che alle donne venisse concesso il diritto di voto; e col divorzio che è giunto solo nel 2004.

Fino ad ora una donna che praticasse l’aborto, in Cile, poteva essere punita col carcere fino a cinque anni; anche se quello illegale è largamente praticato, in una società che conta più del 70% delle persone favorevoli a tale pratica. L’illegalità, però, porta con sé tutti i rischi del caso: 120mila aborti clandestini, la maggior parte eseguiti col misoprostolo, farmaco acquistato sul mercato nero. Per qualcuna, invece, la possibilità di abortire nella vicina Argentina, con maggior sicurezza.

(di Alessandro Marinai)

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