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F1, il dopo Gp Ungheria

Budapest. Più di una intera prima fila monopolizzata; più di una doppietta in gara; più di una leadership mondiale piloti rinforzata ed una classifica costruttori riaperta. L’Ungheria ci consegna qualcosa di più di tutto questo; ci consegna una squadra forte, unita, combattiva, leale al suo interno, determinata più che mai a riportare un titolo all’interno delle proprie mura domestiche dopo un digiuno di anni assolutamente da interrompere.

La resurrezione Rossa passa dall’Hungaroring, in una domenica caldissima di fine luglio, appena prima le vacanze estive. Priva del rush finale di nove gare, prima di una resa dei conti mai così bella come quest’anno. La Ferrari c’è, per qualcuno è addirittura tornata. Fosse mai sparita, ma la debacle (anche sfortunata) di Silverstone aveva allarmato più di un tifoso, facendo parlare addirittura di mondiale compromesso. Invece no, affatto, macché sconfitti.

Un lavoro cominciato praticamente un anno fa, con una vettura rivoluzionaria, capace di far tremare immediatamente i Mercedes al via di questo campionato. Un lavoro ripreso (anche se mai fermato) tre gare fa, con un fondo completamente da rifare dopo che la Fia ha bandito quello “mobile” che tanto faceva volare le Rosse di Maranello. C’è voluta qualche gara, un po’ da patire, tanta pazienza, ma poi i risultati sono arrivati. Ungheria, prima fila di forza in qualifica, doppietta, sudata ma meritatissima in gara.

La forza della Ferrari, delle Ferrari, quelle vetture rosse con i numeri 5 e 7, la si è vista benissimo durante i 70 giri dell’accaldato gp magiaro. Una vettura superiore a tutti, Mercedes e Red Bull in primis, e due piloti capaci di dominare anche sulla sfortuna, o sui guai tecnici, se preferite. Ecco, i piloti; gli altri protagonisti di questo fine settimana di gloria appena concluso. Perché se è vero che sul talento di Seb Vettel nessuno ha da ridire già da molto tempo, su Kimi Raikkonen, di perplessità ce ne sono state di continuo (e magari ancora ce ne saranno in futuro).

Due fratelli in armi, il condottiero ed il suo scudiero, uno lanciato verso la conquista del gradino più alto, l’altro dedito anima e corpo alla difesa strenua sugli avversari. Il primo impegnato a lottare contro uno sterzo ballerino, torto, che tende a sinistra e devia i binari sui quali la Rossa era andata fino a quel decimo giro di supremazia assoluta; il secondo che invece, nonostante l’assenza di problemi ed una vittoria praticamente in tasca, si immola sull’altare del sacrificio per la squadra, proteggendo ammirevolmente le spalle al suo comandante, tenendo a bada un Lewis Hamilton arrembante, un Bottas provocatore, un Verstappen sorprendente.

Il distacco della classifica finale dice di una gara tiratissima, ad alta tensione, da groppo in gola; ma artigliata con le unghie e con i denti, voluta a tutti i costi, cercata da settimane, trovata da una coppia di piloti che ha fatto vedere agli altri che quando serve sanno essere un’entità sola, una giano bifronte con occhi davanti e dietro; una coppia che non può essere migliore d così. Forse è anche per questo che Marchionne e Arrivabene hanno deciso la conferma di Seb e Kimi; o magari il risultato di questa domenica è figlio proprio di una riconferma arrivata già da qualche giorno, e ora in attesa solamente della rivelazione suprema che arriverà nel weekend monzese, a settembre.

Di sicuro ci troviamo di fronte ad una squadra che nei momenti difficili, quelli nei quali è obbligatorio, quasi sacrosanto tirare fuori gli artigli ed anche di più, sa dare più del massimo, sa reagire, sa zittire le malelingue; ma soprattutto sa lavorare. Orgoglio tutto italiano, a ribadire che a volte, proprio quell’italianità tanto criticata nei mesi che hanno preceduto questo mondiale 2017, invece di una pecca sa essere una gemma.

(di Alessandro Marinai)

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