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Montecarlo, la Indy 500 e la storia di Lorenzo Bandini

Montecarlo. Il tempo sa essere un vero bastardo, a volte. Ha le sue scadenze precise, gli anniversari piani, secchi e ripetuti. Come il meteo, tanto prima quanto adesso, ha la capacità di far smuovere cicatrici ed offese, facendo tornare in superficie dolori assopiti, ma mai dimenticati. Sabato 27 maggio 2017, nelle qualifiche del Gp di Formula 1 che si disputano a Montecarlo, la roulette fa uscire il numero 7. Sette rosso, per l’esattezza, in pole. E’ un weekend tutto all’insegna dei motori, con emozioni a go go che dal Principato di Monaco corrono lungo una sottile ed enfatica linea che porta dritti fino all’altro capo del globo, Indianapolis, per la gara più antica e spettacolare del mondo.

Ed ecco che, proprio come il riacutizzarsi di un osso rotto, torna a colpire, nella mente, il ricordo, tramandato, di uno di quegli eroi dei tempi d’oro dell’automobilismo. Erano i magnifici anni ’60, quelli dei cavalieri del rischio, di una Formula 1 nata da poco, ancora tutta da scoprire, ma da assaporare come un fiore raro, un piatto esotico, una di quelle donne incantevoli che vedi solo una volta nella vita. Questa storia, affascinante, lontana, è una di quelle che scalda il cuore, che rimane nella testa di chi la ascolta, che è rimasta nei cuori di chi ha avuto la fortuna di viverla.

E’ la storia di un ragazzotto di bell’aspetto, dal sorriso limpido, dai modi semplici e pacati. Un ragazzo nato nella Libia italiana, che dalla Libia scappa per fuggire dalle atrocità della guerra. Una prima ripartenza, alla quale seguirà una seconda, dopo la morte del padre Giovanni, fucilato a San Cassiano di Brisighella (dove la famiglia Bandini si era trasferita) perché iscritto al Partito Fascista Repubblicano. Ma come nelle grandi imprese del ciclismo, gli eroi diventano tali quando capaci di grandi rimonte. Ed è proprio da questo momento che prende atto la grande rimonta di Lorenzo. Che diventa meccanico, a Milano, età 15 anni, nell’officina dell’amico di famiglia Goliardo Freddi.

Quello che è stato tramandato da chi ha avuto la splendida fortuna di vedere e conoscere Lorenzo, anche solo come tifoso, è che dell’uomo Lorenzo non potevi non innamorarti. E lo sa bene Margherita, figlia di quel Goliardo Freddi che fece da secondo padre a Lorenzo; una donna tutta d’un pezzo, fiera e dal portamento ancora principesco, ma che continua a portarsi sulle spalle quella ferita, che ancora non accenna ad andar via. E del pilota Bandini, altrettanto, non potevi non fare il tifo. E infatti, tutta Italia, tifava per lui, e per la sua Ferrari.

Una Ferrari che portava gloriosamente a spasso per i circuiti di mezzo mondo. Un filotto di successi che ancora oggi in tanti si sognano: Pescara 1961, Le Mans 1963, in coppia con l’altra stella del firmamento italiano, Ludovico Scarfiotti; ed ancora Targa Florio 1965, Daytona e Monza 1967. Ecco, 1967. L’anno che sarebbe dovuto essere quello delle rivincite. Perché a Lorenzo mancava ancora una cosa, la decisiva affermazione in Formula 1; dove aveva sì vinto, ma una sola volta, a Zeltweg, Gp d’Austria nel 1964. Poca roba per un pilota ambizioso e dal talento innato. E fu il Drake in persona a dare a Lorenzo Bandini i gradi di caposquadra, col compito di portare alla vittoria la sua macchina nell’apertura glamour della stagione ’67, a Montecarlo, dopo quella formale, in Sudafrica il 2 gennaio.

Era domenica 7 maggio, Lorenzo era secondo, dopo una rimonta durata una cinquantina di giri. Si trovava dietro a Hulme e doveva, poteva superarlo. Allora il Gp di Monaco era ben lontano da quello dell’era della pay per view e delle feste modaiole di oggi. Era una corsa massacrante, che durava 100 giri; pericolosa, più di oggi, con i muri ad un millimetro e l’acqua ad un metro. Lorenzo prese male quella curva, forse troppo veloce nell’enfasi della rimonta, forse perché sfinito nell’anima e nel corpo, fatto sta che urtò una binda, la sua auto si cappottò e prese fuoco. Tutti a pensare che fosse finito in mare, invece Lorenzo era ancora lì, nel suo abitacolo, intrappolato mentre le fiamme divoravano il suo corpo. Le immagini sono strazianti, e raccontano di ritardi nei soccorsi e di un sogno collettivo che in quello stesso istante andava in frantumi.

Lorenzo Bandini morì tre giorni dopo quell’incidente (per sfortuna o per fortuna) a causa delle gravissime condizioni nelle quali versava il suo corpo martoriato, un corpo che per il 90% era rimasto ustionato in quel terribile incendio. Un uomo capace di rimonte incredibili, nella pista così come nella vita, lasciava un intero popolo che in lui aveva riposto la speranza, quel sogno collettivo di un tempo stracolmo di energie.

Cinquant’anni sono passati da allora, cinquant’anni durante i quali nessuno lo ha dimenticato, durante i quali un grande concetto estraneo ai giorni nostri, quello valoriale, ha sopravvissuto alle unghiate di un fato misero e meschino, al tempo e al nulla imperante nell’età moderna. Una rivincita, l’ennesima, che trova l’immagine più bella nel sogno di chi, pilota come lui, abituato alle sfide e alle rimonte contro un destino avverso, cerca l’impresa alla Indy 500. Anche Bandini avrebbe dovuto parteciparvi, nella primavera del 1967, iscritto con la Gerhardt numero 32 del proprietario Walter Weir, che poi lasciò il sedile di Lorenzo ad Al Miller II. Che si ritirò, al 74° giro, per surriscaldamento.

Quello che però più rimane nel cuore di questa storia, incredibile e rapida nel suo passaggio, è ciò che me l’ha fatta tornare alla mente in questo caldo sabato di maggio. Il destino, per qualcuno splendido compagno di viaggio, per altri avvoltoio che sorvola, col suo sguardo carico di morte, sopra la propria testa. Un destino che per Lorenzo Bandini, a discapito della sua forza di volontà e del suo coraggio nel cercare di raddrizzare ciò che non era nato propriamente dritto, ha disegnato una storia ingiusta e per molti aspetti orribile. Del quale finale, atroce, è raccontato in maniera splendida quanto crudele dalla moglie Margherita: “il numero 7 non può averlo ucciso, ma ricorre troppo spesso… E’ accaduto il 7 maggio 1967, correva da 7 anni in Formula 1, alle 17 e 7 minuti era sulla scia di Hulme, a 17 secondi, mancavano 17 giri alla fine quando avvenne il fatto. Ci misero 17 minuti a portarlo all’ospedale, passò 72 ore di agonia nella stanza numero 7, fu portato a Milano con un Boeing 727, volo 607, non era pronta la tomba di famiglia e per 17 giorni dovette stare al deposito del Monumentale, poi è stato sepolto al campo 7, loculo 7, certificato di decesso dell’Ospedale Principessa Grace di Montecarlo, numero 7747”.

(di Alessandro Marinai)

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