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Puerto Rico è fallita

New York. Mercoledì 3 maggio 2017; una data che a Porto Rico non dimenticheranno facilmente. Una data che segna la bancarotta dell’isola, il fallimento di decenni di malagestione finanziaria e politica. Il fallimento del sogno di un intero popolo, costretto ad emigrare per non patire la fame, in una terra che solo lo scorso anno ha visto andarsene ben 62mila residenti. Mercoledì 3 maggio 2017 segna l’inizio della cosiddetta bancarotta assistita, chiesta dal governatore di Porto Rico, Ricardo Rossello, che ha invocato il Titolo III ad un tribunale degli Stati Uniti; ma non segna la fine di una sofferenza che dura da almeno dieci anni, ma che ha radici ancor più profonde in un passato non così troppo lontano.

Sono 73 i miliardi che Porto Rico – territorio non incorporato degli Stati Uniti d’America – deve ai propri creditori; che sono grandi società finanziarie di Wall Street, in prevalenza, e fondi speculativi privati che nel tempo hanno comprato il debito dell’isola ad un alto tasso di interesse, visto anche l’alto rischio. Un debito che comprende anche obbligazioni di enti pubblici che forniscono servizi come acqua o energia elettrica, e che garantiscono la costruzione di strade ed il funzionamento del sistema fognario. Ma il gigantesco calderone del debito comprende pure 40 miliardi di dollari in pensioni ai lavoratori e agli ex lavoratori del settore pubblico. In fine arrivano le obbligazioni a garanzia generica, che però, secondo la costituzione di Porto Rico, devono essere ripagate ai creditori anche prima dei salari dei lavoratori, che nel frattempo faranno la fame.

L’invocazione del Titolo III prevede l’affidamento ad un tribunale federale dell’intera disputa nei confronti dei creditori: sarà infatti il suddetto tribunale a decidere chi dovrà essere pagato e quanto. “Abbiamo preso questa decisione per proteggere al meglio le persone”, ha dichiarato Rossello, che nei mesi scorsi aveva promesso al suo popolo di trovare lui stesso il difficile accordo sul debito. Che adesso, invece, tocca agli Stati Uniti, che si trovano di fronte al più grave fallimento municipale della loro storia, superiore anche a quello di Detroit nel 2013 (che aveva accumulato 18 miliardi di dollari di debiti). Ma con questo tipo di mediazione, le perdite per i creditori saranno ingenti, più alte del previsto, e per questo, le reazioni alla decisione del governo portoricano sono state negative.

Porto Rico, un isola caraibica di tre milioni di anime, si è sviluppata dapprima su un’economia prettamente agricola; poi, verso la fine degli anni 40 del Novecento, una serie di progetti hanno favorito la nascita di industrie e la crescita del settore manifatturiero. E’ in questi anni che hanno cominciato ad arrivare sull’isola gli investimenti stranieri, soprattutto statunitensi, attratti da un regime fiscale molto conveniente. Incentivi che però, nel 2006, sono stati ritirati. E da qui la crisi, che i portoricani vivono sulle loro spalle tutt’oggi.

Nel frattempo il governo ha innalzato le tasse, tagliato il personale e ridotto al minimo le pensioni, nell’inutile tentativo di riportare il debito sotto controllo. Tentativo invano, che non ha fatto altro che peggiorare la già precaria situazione economica. Sono stati chiesti prestiti per guadagnare tempo e rimandare le profonde ma necessarie riforme economiche; e dall’altra parte, come ha scritto il Wall Street Journal, nonostante l’evidenza si è continuato ad acquistare i titoli di un Paese alla deriva. Nella speranza di una ripresa che prima o poi sarebbe comunque arrivata. Anzi no.

(di Alessandro Marinai)

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