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Muro e città santuario: i due scogli di Trump

New York. Negli States sono chiamate città santuario; luoghi sicuri per chi, al sicuro, non si sente, ovvero quegli immigrati irregolari che oltre alla galera rischiano anche il rimpatrio forzato. Città santuario come rifugio al di fuori delle leggi nazionali; santuari, appunto, dove le politiche di controllo sistematico sui cittadini privi di documenti in regola semplicemente non vengono attuate. E sono circa 200 queste città, sparse dalla East alla West coast. Ma non solo città, anche quartieri nelle grandi metropoli quali New York, Washington, Seattle e San Francisco. Con 11 milioni di persone che vi trovano rifugio.

Donald Trump ha cercato in qualche modo di arginare questa sorta di “falla” nel sistema bloccando i finanziamenti alle città santuario. Ordine che però è stato immediatamente sospeso da un giudice di San Francisco. Un nuovo smacco per il presidente Usa che non demorde e, anzi, rincara la dose: “il muro lo costruiremo. Nel caso qualcuno abbia dei dubbi, il muro verrà costruito e servirà a fermare la droga, impedirà l’arrivo di un sacco di gente che non dovrebbe essere qui e avrà un enorme effetto sulla tratta di esseri umani che è un enorme problema nel mondo, un problema di cui nessuno parla. Ma è un problema che forse non è mai stato tanto grave in tutta la storia di questo mondo”, ha dichiarato Trump durante un incontro con gli agricoltori nella sala Roosevelt della Casa Bianca.

L’amministrazione Trump sa però molto bene di non avere i numeri necessari al Congresso per mettere a bilancio la costruzione del famigerato muro; né per fare troppo altro in materia di immigrazione. Venerdì prossimo ci sarà la presentazione del progetto di bilancio: ovvio pensare che la stessa amministrazione ponga l’accento sui risultati soddisfacenti per i progressi fatti in materia di sicurezza delle frontiere. Un escamotage buono per trovare un’intesa con i Democratici sulla questione del muro col Messico.

(di Alessandro Marinai)

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