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Uno sguardo sul volontariato: diario di un soccorritore

Firenze. In molti programmi televisivi statunitensi si possono osservare delle case in delle condizioni disastrose; mai avrei pensato che tutto questo potesse esistere nella realtà. Mai avrei creduto che una persona potesse ridursi a vivere in delle condizioni così estreme. Il 118 mi ha fatto aprire gli occhi, certe situazioni esistono realmente. Ripensando a questo servizio, camera mia sembra sempre in ordine e pulita. Spesso mi sono chiesto come si faccia ad accumulare una tale sporcizia, un tale disordine, con tale noncuranza.

Era un caldo pomeriggio primaverile, avevo passato la mattina a studiare e nel pomeriggio mi ero concesso del sano relax, facendo volontariato. K1 giallo: classica caduta in casa di una persone anziana. Ci avviamo verso l’abitazione; mai avrei pensato di vedere quello che poi mi trovai davanti agli occhi. Entrammo in un vecchio palazzo malmesso, il soffitto e le pareti erano scrostate, la vernice era di un squallida tonalità di verde. Ad aspettarci al portone di casa c’era un vecchio signore, trasandato, in mutande, indossava un canottiera con molte chiazze di sugo ed unto. “Entrate, mia moglie è caduta”. Ancor prima di entrare in casa, fui colpito da un odore acre, non pensavo potesse venire dall’abitazione. Mi sbagliavo. Appena varcata la soglia d’ingresso, non credetti a quello che mi si parò dinanzi: l’intonaco delle pareti dell’ingresso era completamente staccato, chiazze di umido le coloravano di un tetro color nero. La mattonelle del pavimento erano divelte e completamente scheggiate. Scatole e oggetti di ogni genere erano buttati a terra, coperti da uno spesso strato di polvere. Escrementi umani coprivano parte delle pareti e del pavimento. Dove ero capitato?! Ero entrato in una scena di un film dell’orrore? L’uomo, non curante delle situazioni della casa ci indirizzò verso la cucina, dove sua moglie si trovava distesa.

Avevo paura a camminare, calcolavo meticolosamente dove mettere i piedi per calpestare il meno possibile. Entrati in cucina la situazione peggiorò, non credevo che potesse essere possibile. La tavola era apparecchiata per il pranzo, pur essendo le quattro di pomeriggio, nei piatti vi era del cibo tutt’altro che invitante: una bistecca alla fiorentina col sangue che con il tempo si era coagulato, delle lasagne di uno strano color verde, condito da piatti e posate completamente incrostate di sporco. Il lavandino, completamente otturato, nel quale galleggiavano degli oggetti non meglio identificati, era stracolmo di un’acqua color Arno: verde/marrone. Stoviglie e cibo avanzato erano sparsi per tutta la cucina. Le ante dei mobili erano scardinate e penzoloni. Il frigorifero era aperto, forse per rinfrescare la casa, dentro sicuramente vivevano intere colonie di batteri, ancora non scoperti dalla microbiologia moderna.

118

Smisi di guardare l’arredamento, mi concentrai sulla donna. Era in mutande, indossava una vestaglia completamente sudicia. Le gambe erano piene di escrementi che si erano seccati sulla pelle. Non sapevo come agire. Il solo pensiero di toccarla mi faceva inorridire. Un mio compagno di squadra non riuscì a resistere all’odore e alla visione, dovette uscire di casa, i conati erano troppo forti. La signora, da come ci raccontò il marito, aveva sbattuto veementemente la testa contro il suolo, dopo essere inciampata. Non feci fatica ad immaginare. Chiunque sarebbe inciampato in quello schifo, il pavimento era pieno di qualsiasi cosa immaginabile. Con molta fatica riuscimmo a metterle il collare cervicale.

Esaminai la testa, non presentava ferite, la coricammo sull’asse spinale e la trasportammo fuori da casa. Non volevo rimanere in quell’appartamento un minuto di più, avrei preso i parametri vitali sull’ambulanza. Non posai a terre nulla, nemmeno lo zaino. Avrei solo voluto camminare sollevato da terra di 3 cm, per poter evitare di calpestare quello schifo di pavimento, per evitare le feci.

Trasportando la signora sull’ambulanza, intravidi il resto della casa: scatole ed oggetti di ogni genere erano accatasti al suolo e sui mobili, le veneziane chiuse non lasciavano intravedere molto. Quello che vidi mi bastò. Il bagno, se si poteva definire tale, aveva una vasca riempita della stessa acqua del lavello di cucina, le mattonelle erano staccate dalle pareti ed erano sbriciolate a terra. Mi guardai allo specchio, non riuscì a vedere il mio volto da quanto era sporco. Uscimmo di casa. Non volevo presentarmi in pronto soccorso con un paziente così sporco, mi vergognavo per lei. Cercammo di ripulire i piedi della signora, gli escrementi non avevano intenzione di venir via, chissà da quanto tempo erano diventati un tutt’uno con la signora.

Signora che, al di fuori della situazione igienica, era stabile, con i parametri nella norma, e ricordava persino l’accaduto per filo e per segno; nessun sintomo neurologico. Chissà da quanto tempo vivevano in quelle condizioni; possibile che nessun familiare potesse aiutarli a gestire la casa?

La trasportammo in ospedale con i finestrini dell’ambulanza completamente aperti. L’aria dietro la vettura era irrespirabile.

(di Niccolò il soccorritore volontario)

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