Home / Rubriche / Uno sguardo sul volontariato / Uno sguardo sul volontariato: diario di un soccorritore

Uno sguardo sul volontariato: diario di un soccorritore

Firenze. Sono le 13.45; è dalle 8.00 che sto facendo servizio, stiamo aspettando la squadra del turno dopo, quella che dovrebbe darci il cambio. Suona il telefono. Dobbiamo uscire. Mi stavo già pregustando il delizioso pranzo che mia madre aveva sicuramente preparato, invece no, devo aspettare. Mando un sms: “ci hanno appena chiamati, tarderò per pranzo”.

Il codice della chiamata è K 19 R. Non sappiamo molto del servizio. La “K” identifica che il paziente si trova in casa, 19 che soffre di “altra patologia” (patologia non meglio identificata) e la “R” sta per Rosso, ovvero massima priorità. Sono stati attivati anche i Vigili del fuoco. Saliamo sopra l’ambulanza, ci dirigiamo a sirene spiegate verso Gavinana. Arriviamo; alla base del palazzo ci si fa incontro un uomo. Non riesco subito a capire se è un parente, non si presenta. Mi dice che c’è una persona chiusa in casa che non risponde. La sorella ha provato ad aprire la porta, ma la chiave è nelle serratura dall’interno, per cui la porta risulta bloccata. Saliamo 3 rampe di scale, il cuore mi batte forte, un po’ per lo sforzo, un po’ per l’adrenalina in circolo. In questo vecchio palazzone vediamo davanti ad una porta chiusa una donna che piange, deve essere la sorella. Ci viene incontro urlando: “fate qualcosa, il mio Marco non risponde, non mi apre la porta”. Urla il suo nome con veemenza. Mi sento inutile, senza i vigili del fuoco non possiamo fare nulla, dobbiamo solo aspettare. Chiedo quando è l’ultima volta che ha sentito suo fratello, mi risponde: “l’altro ieri e stava benissimo!”. Chiedo se soffrisse di qualche patologia. Vengo a sapere da una persona accanto a me che Marco è Hiv+ ed affetto da epatite C, tenute sotto stretta sorveglianza dai farmaci e senza particolari complicanze. Aspettiamo, mentre i Vigili del fuoco tardano ad arrivare. Proviamo a buttare giù la porta. Non è così facile come si vede nei film. Abbiamo in squadra un uomo alto 1.90 m e che pesa 100 Kg, ma quella porta non ne vuol sapere di venire giù. Sentiamo in lontananza delle sirene. Stanno finalmente arrivando i vigili del fuoco. Vedo la camionetta.

118

Mi si fa incontro il comandante: “dobbiamo buttare giù la porta”. Che idea geniale che ha avuto, nessuno ci aveva ancora pensato… Provano per qualche minuto a buttarla giù, ma non ci riescono. La donna continua a piangere e ad urlare il nome del fratello, è uno strazio vederla. Le chiedo di allontanarsi, per farla distrarre, per non far distrarre noi. La donna non ne vuol sapere, e continua ad urlare: “Marco non mi lasciare anche te, sono sola!”. I vigili del fuoco decidono di entrare dalla finestra che dà su un cortile interno al palazzo.

Con una autoscala raggiungono la terrazza, riescono a sfondare la finestra, quella della cucina. Vengono ad aprirci. Mi sto già visualizzando l’immagine; mi ero già preparato psicologicamente a vedere un cadavere, me lo aspettavo. Appena entriamo nella casa l’odore non è dei più rassicuranti. Il forte odore di putrefazione ci assale. Purtroppo la mia ipotesi è confermata. Lo troviamo disteso nel letto, fermo, morto. Avvolto dalle coperte, riusciamo ad intravederne solo il viso; è completamente nero. Non ci si abitua mai alla visione di un cadavere. Non è il primo che vedo e nemmeno è stato l’ultimo. Purtroppo non possiamo fare nulla, il paziente è deceduto da più di un giorno. Gonfiore addominale, macchie ipostatiche, rigor mortis. Non ci sono dubbi. Avverto il 118: “il paziente è deceduto, ci sono segni incompatibili con la vita”. Nel viaggio di ritorno alla sede ripenso al volto dell’uomo, alla disperazione della sorella. Mi è passata decisamente la fame.

(di Niccolò il soccorritore volontario)

Leggi anche

Complemento di stato in luogo

Firenze. Il complemento di stato in luogo indica il luogo, reale o figurato, in cui …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *