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A chi spettano diritti “intoccabili” alla morte di un proprio caro?

Capitolo VII: Il “chi, cosa, quando, dove, perché?” del testamento: regole teoriche ed esempi pratici.

Firenze. Alla morte di una persona, spesso, ce ne sono altre che hanno dei diritti sulla sua eredità. Questo principio è più o meno a conoscenza di tutti. Spesse volte però, nella pratica, capita che non si sappia molto più di questo: non si conoscono i beneficiari di questo trattamento di favore e neppure le quote a loro dedicate.

Chi volesse cercare di approfondire la questione leggendo i relativi articoli del Codice Civile (articoli 535 e seguenti) non avrebbe vita facile perché, come nel caso di assenza di testamento (vedi l’articolo “Che cosa succede quando il defunto non ha fatto testamento?”), i beneficiari variano in funzione del rapporto di coniugio o di parentela che hanno con il defunto e così anche le quote cui hanno diritto. Per di più, la base di calcolo di queste quote non è data dal solo patrimonio che residua al defunto al momento della sua morte. La questione, quindi, è complessa e spinosa. Come di consueto, si cercherà di renderla comprensibile a chi non sia operatore del diritto.

Coloro che alla morte di una persona hanno dei diritti “inviolabili” sull’eredità sono il coniuge, i figli e, in mancanza di figli, i genitori del defunto o, a salire, gli altri ascendenti. Si tratta di coloro che tecnicamente sono detti “legittimari” o anche, per porre in evidenza i loro diritti, “eredi necessari”.

Corre l’obbligo di precisare che la Legge non opera nessuna distinzione tra i figli in conseguenza del fatto che siano o meno nati all’interno della famiglia. Ancora, la Legge non distingue, con riferimento al coniuge, l’ipotesi del coniuge non separato da quello separato senza addebito. In precedenza, sempre in questa rubrica, si è scritto su “Il trattamento successorio del coniuge superstite” al cui articolo si rinvia, per maggiori informazioni.

Segue un breve schema dei legittimari e delle loro quote laddove alla morte vi sia:

  • solo il coniuge (anche legalmente separato, purché senza addebito): 1/2;
  • solo un figlio: 1/2;
  • più di un figlio (senza coniuge): 2/3 da dividersi tra il numero dei figli;
  • solo genitori (o altri ascendenti): 1/3;
  • il coniuge e un solo figlio: 1/3 ciascuno;
  • il coniuge e più di un figlio: al coniuge spetta 1/4 e ai figli, da dividersi tra loro, 1/2;
  • il coniuge e genitori (o altri ascendenti), in assenza di figli: al coniuge spetta 1/2 e agli ascendenti 1/4 da dividersi tra loro.

Il testatore, in presenza di legittimari, non può disporre dell’intero suo patrimonio come desidera; la parte di cui invece può liberamente disporre è detta “disponibile”. Questa parte di patrimonio si ricava, col procedimento indicato dall’articolo 556 del Codice Civile che successivamente si illustrerà, per differenza rispetto a quella parte di patrimonio riservata ai legittimari. Valga il seguente esempio: in presenza di un figlio e del coniuge, considerato che, come anche indicato sopra, la somma delle quote di legittima loro spettanti è di 2/3 complessivi, la disponibile del testatore corrisponderà all’1/3 residuo.

Fatta questa premessa, è necessario sgombrare il campo da un errore comune: i fratelli o le sorelle non sono legittimari. I legittimari sono una categoria chiusa, tassativa. Nessun altro è legittimario oltre ai soggetti elencati poco sopra. L’errore nasce dalla circostanza che i fratelli e le sorelle, in assenza di testamento, sono, in mancanza di figli del defunto, chiamati alla successione del defunto medesimo. La chiave per capire la differenza è proprio l’inciso “in assenza di testamento”. I fratelli e le sorelle, insieme ad altri parenti, sono chiamati dalla legge all’eredità laddove il deceduto non abbia fatto testamento. Laddove, invece, un testamento vi sia i fratelli e le sorelle non hanno nessun diritto diverso o maggiore di quello che eventualmente è stato loro attribuito col testamento.

Ed è qui che si gioca la differenza con i legittimari. I legittimari, sia stato o no redatto testamento, hanno invece diritto ad una parte dei beni del defunto. I legittimari hanno un diritto più forte, più “resistente” rispetto a quello degli altri eredi individuati dalla legge in caso di assenza di testamento (c.d. “eredi di legge”). La tutela del legittimario resiste e vince, infatti, anche contro un testamento che espressamente attribuisca beni ad altre persone. Ancora, non è possibile diseredare un legittimario (vedi anche, in questa stessa rubrica, “La diseredazione”).

Non così, invece, per i semplici “eredi di legge” (come, per stare all’esempio più frequente, i fratelli). I diritti degli “eredi di legge”, infatti, sono riconosciuti solo a condizione che non esista un testamento valido che disponga altrimenti.

Per concludere questa prima parte del discorso sui legittimari, è però anche necessario evidenziare (sperando di non complicare ulteriormente le cose) come, tuttavia, vi sia comunque, tra dette categorie, una parziale coincidenza. Il Legislatore, infatti, ha riconosciuto ai legittimari un diritto, come detto, più “forte” rispetto ai diritti spettanti in generale agli altri parenti del defunto. Dato che, come si dice, nel più è ricompreso il meno, il coniuge, i figli e, in assenza di figli, i genitori e gli altri ascendenti, oltre ad essere legittimari, sono anche eredi di legge.

In caso di assenza di testamento, quindi, come si è più ampiamente visto nel precedente articolo “Che cosa succede quando il defunto non ha fatto testamento?” gli stessi legittimari sono anche eredi di legge. Ciò significa che anche in assenza di testamento, coniuge, figli e, in assenza di figli, i genitori e gli altri ascendenti sono comunque i preferiti dalla Legge nella ripartizione dell’asse ereditario. Chi si prendesse la briga, poi, di comparare le quote che la Legge riserva ai legittimari nella loro veste di eredi di legge (riportate in questa rubrica nell’articolo citato appena sopra) si accorgerebbe che esse sono più grandi rispetto a quelle che la legge riserva agli stessi soggetti come legittimari. Di questo non c’è da stupirsi in quanto, nel riconoscere ai legittimari dei diritti (qui chiamati, a fini esplicativi e con espressione enfatica) “inviolabili”, il nostro ordinamento persegue lo scopo di garantire una tutela minima, indipendentemente dalla volontà del testatore che può essere anche espressamente contraria.

In assenza di testamento, invece, la Legge persegue uno scopo ben diverso: colmare il vuoto lasciato dall’assenza del testamento con una gerarchia nelle attribuzioni che è quella normale degli affetti familiari. Ecco che si spiegano le quote maggiori ed ecco il perché sono chiamati per primi il coniuge e i figli. Ecco perché, successivamente all’assenza di figli, eventualmente anche col coniuge, sono chiamati gli ascendenti e i fratelli. Non è da pensare però – altro equivoco – che, in assenza di testamento, date la parziale coincidenza tra eredi di legge e legittimari e le quote maggiori dalla Legge riservate ai primi, i legittimari, in assenza di testamento, abbiano sempre riconosciuta quella loro quota “inviolabile” e, addirittura, anche qualcosa di più. è vero, infatti, che le quote riservate ai legittimari in quanto eredi di legge sono più grandi.

Tuttavia, e qui si giunge al punto delicato, l’asse su cui si calcolano queste quote è minore rispetto a quello preso per base per il calcolo dei diritti “inviolabili” dei legittimari. Le quote degli eredi di legge, così come quelle degli eredi nominati dal testatore nel testamento, hanno quale denominatore il valore, al tempo della morte, dei beni lasciati dal defunto.

Le quote dei legittimari, invece, ai sensi dell’articolo 556 del Codice Civile, hanno quale denominatore il valore dei beni lasciati dal defunto al netto dei debiti e al lordo delle eventuali donazioni effettuate dal defunto in vita.

In altre parole, la base per il calcolo dei diritti dei legittimari si esprime, in termini matematici, in questo modo:

base di calcolo a cui applicare le quote sopra dette = (valore al tempo dell’apertura della successione dei beni ereditarii debiti lasciati dal defunto) + le eventuali donazioni fatte in vita dal defunto, calcolate  secondo il loro valore alla morte del donante stesso.

In pratica, alla morte di un proprio caro, il legittimario, per controllare che gli sia stato attribuito, sia in caso di presenza di un testamento sia in caso di successione di legge, quanto a lui spettante, dovrà considerare anche le donazioni. Sia quelle che sono state fatte agli altri sia quelle fatte a lui.

è importante rilevare come, essendo i valori da attualizzare al momento della morte del donante e variando la quota di legittima anche in base al concorso dei parenti, ogni discorso che dovesse prendere in considerazione, vivente il donante, la verifica di una presunta lesione dei diritti di un legittimario sarebbe meramente indicativo in quanto soggetto a cambiare o in forza del mutamento di valore dei cespiti donati o in proprietà del testatore o in caso di scomparsa o sopravvenienza di un legittimario (ad esempio: divorzio dalla moglie, ma nascita di un figlio da una relazione extraconiugale). Il valore ottenuto applicando le quote menzionate all’inizio dell’articolo alla base di calcolo calcolata come indicato poco sopra corrisponderà al valore della sua legittima. Valore che egli ha diritto ad ottenere in sede di divisione ereditaria dagli altri eredi oppure, in caso di incapienza dell’asse ereditario, dai donatari.

In conclusione, giova ribadire che il legittimario dovrà tenere conto, ai fini del calcolo dei suoi diritti, di eventuali donazioni ricevute dal defunto. Il valore di queste ultime, infatti, sempre calcolato al tempo dell’apertura della successione, dovrà essere imputato alla quota di legittima spettante al legittimario stesso. Detto in altri termini, se il legittimario ha ricevuto delle donazioni in vita dal defunto, il valore di dette donazioni, calcolato al tempo dell’apertura della successione, deve essere tenuto di conto e quindi scomputato dal valore che lo stesso legittimario ha diritto di pretendere come sua quota di legittima.

La spiegazione di questa regola riposa sul fatto che la Legge intende, per la precisione, attribuire al legittimario, alla morte di una persona, un certo valore utile netto, calcolato nei modi sopra precisati: che il defunto abbia assolto questo obbligo in vita con donazioni o con la sola chiamata ereditaria o anche in parte in un modo in parte con l’altro è indifferente. Conseguentemente, un legittimario che abbia ricevuto una o più donazioni di valore consistente potrebbe anche non avere (se le donazioni hanno totalmente integrato il valore di cui ha diritto) alcun diritto “inviolabile” sull’asse ereditario del donante.

***

Sono adesso proposte in grassetto possibili clausole testamentarie di un testamento olografo (per le caratteristiche del quale si rinvia al capitolo precedente) contenente istituzioni di erede e legati. In corsivo, invece, ulteriori nuovi chiarimenti di teoria.

Anzitutto un’avvertenza generale: quando si redige un testamento è evitare in ogni modo di utilizzare il verbo “lasciare”. Infatti, le disposizioni testamentarie che utilizzano l’espressione “lascio” invece che “istituisco erede” o “lego” sono ambigue e, potenzialmente, causa di contenzioso civile.

  

Ciò che segue deve scriversi di propria mano dal testatore con la sua abituale grafia.

APERTURA (PARTE FISSA):

“Giorno, mese, anno

Io sottoscritto, … (nome e cognome) nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, così dispongo del mio patrimonio per il momento in cui non ci sarò più: …

come emerge da quanto si è scritto nel capitolo uno della presente trattazione, tale frase non è necessaria anche perché il fatto che il testatore dichiari di essere capace di intendere e volere non significa che lo sia. Tuttavia, il suo inserimento non è vietato e, data la ricorrenza nella prassi di tale incipit, qui si suggerisce.

FORMULE PER L’ISTITUZIONE DI EREDE:

Istituisco mio unico erede … (nome e cognome).

In questo modo tutto il patrimonio andrà al soggetto nominato – fermi sempre i limiti derivanti dai diritti dei legittimari. È consigliabile che il testatore, ai fini di una migliore identificazione, indichi anche il rapporto che ha con l’istituito erede: ad esempio “Istituisco mio unico erede mio figlio…, mia moglie…, mio fratello…, il mio amico…, la mia Parrocchia”.

oppure

Istituisco miei eredi in parti uguali … (nomi e cognomi degli eredi).

In questo modo tutto il patrimonio andrà diviso in uguali parti tra gli eredi – fermi sempre i limiti derivanti dai diritti dei legittimari. Per il resto vale quanto detto sopra.

Istituisco mio erede per la quota di 1/4  (un quarto) … (nome e cognome), per la quota di 1/4 (un quarto) … (nome e cognome) e per la quota di 1/2 (un mezzo) … (nome e cognome). 

In questo modo tutto il patrimonio andrà diviso in dette parti (o in altre che il testatore voglia) tra gli eredi – fermi sempre i limiti derivanti dai diritti dei legittimari. Per il resto vale quanto detto sopra con l’avvertenza che è sempre opportuno, quando si specificano le quote in termini frazionari, determinare tante frazioni che sommate assieme formino quale risultato l’intero patrimonio. Altrimenti, per la quota non disposta, si aprirebbe la successione di legge. Valga il seguente esempio: “Istituisco mio erede per la quota di 1/4  (un quarto) … (nome e cognome), per la quota di 1/2 (un mezzo) … (nome e cognome)”. In questo caso, manca l’erede per la residua quota di 1/4 e l’erede di quella quota sarà determinato, tra i parenti prossimi, dalla legge.

Per disporre una sostituzione (vedi il sesto capitolo):

e laddove egli non possa o non voglia accettare gli sostituisco … (nome e cognome)”.

per escludere la rappresentazione o l’accrescimento (vedi il sesto capitolo): “escludo la rappresentazione”; “escludo l’accrescimento”.

FORMULE PER LA DIVISIONE TESTAMENTARIA:

Nel caso di nomina di più eredi, come sopra detto, è possibile fin da subito dividere tra loro i beni. Dopo l’istituzione di erede, secondo una delle formule di cui sopra, basterà scrivere:

… e così, ai sensi dell’articolo 734 del Codice civile, divido tra loro il mio patrimonio:

– al mio erede … (nome e cognome) la proprietà della mia casa in … (opportuno: Comune, via e civico);

– al mio erede … (nome e cognome) la proprietà della mia villetta al mare in … (opportuno: Comune, via e civico);

– al mio erede … (nome e cognome) tutto il mio denaro contante, i titoli e ogni mio bene mobile.

È possibile dividere, in questo modo, tutto il patrimonio ereditario o anche solo alcuni beni. In questo secondo caso, se, come sopra suggerito, le istituzioni di erede sono in frazioni tali da coprire l’intero patrimonio ereditario, i beni non divisi (e anche quelli che dovessero essere acquistati dal testatore dopo il testamento) andrebbero comunque agli eredi testamentari. Ciò non in proprietà esclusiva a ciascuno di essi come i beni che il testatore ha diviso, ma in comproprietà in proporzione delle loro quote ereditarie. 

Nel caso in cui, invece, la somma delle quote in cui gli eredi sono istituiti non componga l’intero patrimonio, i beni non previsti nella divisione (e quelli sopravvenuti) andrebbero in comproprietà agli eredi istituiti solo nella misura in cui i beni espressamente assegnati non siano di valore sufficiente a integrare la quota ereditaria di ciascun singolo erede. In ogni altro caso si aprirebbe la successione di legge.

Ai sensi dell’articolo 728 del Codice civile, dispongo che l’ineguaglianza in natura nelle quote ereditarie sia compensata in denaro da parte di quei coeredi che risultino assegnatari di beni per un valore superiore alla loro quota e in favore di quei coeredi che risultino assegnatari di beni per un valore inferiore alla loro quota.

FORMULA PER LA DISEREDAZIONE

 (vedi però, per la sua validità, il quinto capitolo):

Diseredo mio fratello Tizio”.

Laddove si vogliano escludere anche i suoi discendenti:

Diseredo mio fratello Tizio e i suoi discendenti”.

FORMULE PER I LEGATI:

Lego in favore di … (nome e cognome) la proprietà di … (segue descrizione del bene il più possibile precisa quanto più si tratti di cose appartenenti a un genere di cui si hanno altri esemplari nel patrimonio. Ad esempio: la mia penna stilografica di marca …, la mia automobile targata …, la mia casa in … (opportuno: Comune, via e civico). Come specificato nel testo, legatario può essere anche chi già sia stato istituito erede. In questo caso, l’erede otterrà il bene a lui legato in aggiunta alla sua quota di eredità).

CHIUSURA (PARTE FISSA):

Firma del testatore (con nome e cognome e con grafia abituale)”.

(di Yari Pancrazivincitore di concorso notarile, in attesa di nomina)

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